Il declino cognitivo lieve, oggi chiamato anche disturbo neurocognitivo minore, è un calo di una o più funzioni mentali (memoria, attenzione, linguaggio, orientamento, capacità di pianificare) superiore a quello atteso per l'età, che però non compromette l'autonomia nelle attività quotidiane.
È diverso dal normale invecchiamento, in cui il pensiero si fa un po' più lento ma le informazioni vengono poi recuperate. Ed è diverso dalla demenza, in cui i disturbi sono tali da rendere la persona dipendente dagli altri.
Non tutte le persone con declino cognitivo lieve sviluppano una demenza: in alcune la situazione resta stabile per anni, in altre migliora, soprattutto quando la causa è reversibile (carenze vitaminiche, problemi della tiroide, depressione, farmaci, disturbi del sonno o dell'udito). Per questo una valutazione accurata è importante.
In una parte dei casi è la fase iniziale di una malattia come l'Alzheimer, che procede lentamente prima di compromettere l'autonomia.
Ipertensione, diabete, colesterolo alto, fumo e fibrillazione atriale danneggiano i piccoli vasi del cervello e favoriscono il declino.
Sedativi, alcuni farmaci per il sonno, per la vescica o antistaminici possono peggiorare memoria e attenzione, soprattutto se associati.
Il tono dell'umore influenza molto la concentrazione: una depressione può simulare o aggravare un deficit cognitivo.
Carenza di vitamina B12 o di folati, disturbi della tiroide, anemia, insufficienza renale o epatica possono ridurre le prestazioni cognitive.
Calo dell'udito e della vista, sonno disturbato, sedentarietà e solitudine riducono gli stimoli e si associano a un maggior rischio di declino.
Spesso a notare i cambiamenti sono i familiari. I segnali più comuni sono:
Una confusione comparsa all'improvviso, in poche ore o giorni, non è un declino cognitivo lieve: può essere un delirium o un ictus. Rivolgiti subito al medico o chiama il 112 / 118.
L'obiettivo è misurare il deficit, verificare che l'autonomia sia conservata e cercare le cause, a partire da quelle trattabili.
Il colloquio con la persona e con un familiare ricostruisce come e quando sono comparsi i disturbi, valuta le malattie presenti e tutti i farmaci assunti.
Brevi test come il Mini Mental State Examination (MMSE), il MoCA o il test dell'orologio danno una prima misura delle funzioni cognitive.
Una batteria di test più approfondita, eseguita dal neuropsicologo, precisa quali funzioni sono coinvolte e serve da riferimento per i controlli successivi.
Emocromo, vitamina B12, folati, funzione tiroidea, glicemia, funzione renale ed epatica ed elettroliti per escludere cause trattabili.
La TC o la risonanza magnetica dell'encefalo valutano lesioni vascolari, atrofia o altre cause. In casi selezionati si ricorre a esami di secondo livello.
Le scale sulle attività quotidiane (ADL e IADL) verificano che l'autonomia sia conservata, elemento che distingue il declino lieve dalla demenza.
Non esiste un farmaco specifico per il declino cognitivo lieve, ma molto si può fare per correggerne le cause e proteggere le funzioni mentali.
Trattare carenze vitaminiche, disturbi della tiroide, depressione, disturbi del sonno o dell'udito può migliorare in modo significativo le prestazioni.
Ridurre o sostituire i farmaci che rallentano il pensiero è uno degli interventi più efficaci. Va fatto sempre con il medico, mai da soli.
Una buona gestione di pressione, glicemia e colesterolo protegge il cervello e può rallentare la progressione.
Movimento regolare, stimolazione cognitiva e vita sociale attiva sono gli interventi con le migliori prove di beneficio.
Controlli periodici con test ripetuti permettono di capire se la situazione è stabile e di riconoscere per tempo un'eventuale evoluzione.
No. Una parte delle persone evolve verso una demenza, ma molte restano stabili per anni e alcune migliorano, in particolare quando si individua e si corregge una causa trattabile. Per questo sono importanti la diagnosi accurata e i controlli nel tempo.
Non ci sono farmaci approvati specificamente per il declino cognitivo lieve. Integratori e prodotti "per la memoria" non hanno prove solide di efficacia. Gli interventi più utili restano la cura delle cause, la revisione dei farmaci, l'attività fisica e la stimolazione cognitiva e sociale.
Il primo riferimento è il medico di medicina generale, che può prescrivere con impegnativa la visita geriatrica o neurologica e gli esami necessari, prenotabili tramite il CUP con il ticket dove previsto. Quando serve un approfondimento, la persona viene indirizzata a un Centro per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD) del SSN, dove si eseguono la valutazione neuropsicologica e il monitoraggio nel tempo.
La geriatria territoriale segue nel tempo le persone con disturbi della memoria, insieme al medico di famiglia e ai Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze.